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Storia e Tradizioni

| Perché ricollegarci con la nostra storia?

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Aspromiele ha voluto iniziare ad ampliare i confini di quella che normalmente si considera assistenza tecnica in apicoltura, includendola in una dimensione storico-culturale.
Questa dimensione non è un lusso o una frivolezza, ma risponde a fondamentali esigenze critiche rispetto a un’eredità di principi informatori, teorie, stili, tecniche e procedure che appaiono integrate nell’apicoltura del Piemonte, ma spesso lo sono in modo irriflesso e meccanico.
Due esempi tra i tanti:

1- la disputa pro e contro i limiti al nomadismo, che è vecchia quanto l’apicoltura razionale, e la concezione ad essa spesso strumentalmente correlata (secondo che l’apicoltore sia stanziale o nomade) per cui c’è o non c’è possibilità di saturazione del numero di alveari su un territorio;

2- il concetto di cura farmacologica applicato all’organismo alveare, in particolare l’opportunità o meno dell’uso di antibiotici, diventato più che mai d’attualità dopo una trasmissione televisiva (“Mi manda Rai Tre” del settembre 2005) che denunciava la presenza di residui non ammessi di antibiotici in mieli italiani.
Solo riandando alle radici storiche dell’apicoltura regionale è possibile veramente abbracciare con sguardo prospettico l’origine di certe posizioni oggi date per scontate nella pratica comune, ma che spesso hanno proprio bisogno di essere rimesse in discussione.
Questo processo può fornire un livello più alto di consapevolezza ai tecnici apistici delle associazioni, che spesso si trovano invischiati in uno dei due corni di una problematica; e nello stesso tempo permette di “fare cultura” al livello più ampio degli apicoltori, una cultura fatta meno di precettistica che di dubbio creativo e di messa in discussione continua di principi e pratiche.
Un secondo obiettivo di questa ricerca è di riconfermare la profonda dignità dell’apicoltura, la sua caratteristica di “arte” nell’accezione medioevale del termine: la complessa intersezione di variabili (clima, flora, comportamenti delle api, trasformazioni dell’agricoltura e dell’ambiente, ecc.) con cui l’apicoltore si confronta quotidianamente fanno di lui il “maestro” di un’arte difficilmente standardizzabile e anche non facilmente trasmissibile se non in tempi lunghi e tramite una costante disanima degli elementi di variabilità.
Identificare le figure o gli ambienti che hanno fatto da pietre miliari nell’evoluzione dell’apicoltura piemontese risponde a questo scopo: abbiamo cercato destinare il materiale soprattutto al mondo degli apicoltori, con un occhio però anche a un mondo esterno all’apicoltura, fatto di appassionati di “piccola storia” così come di storia regionale, di studenti di materie agricole, zootecniche, entomologiche, veterinarie, o di semplici curiosi. Abbiamo perciò staccato dal testo principale le parti più tecniche destinate agli esperti.
Abbiamo inoltre rinunciato a un’impostazione storica in senso accademico, così come al tradizionale apparato di note riguardanti fonti scritte, per cercare una forma più divulgativa che fosse accessibile alla totalità dei nostri possibili interlocutori e rendesse anche conto –senza nulla togliere alla serietà delle informazioni- del lato umano, soggettivo e a volte passionale che lega gli apicoltori al loro lavoro.
Gli scritti che sono esito di questa ricerca verranno via via pubblicati su questo sito. In versione ridotta, appariranno sulla rivista “L’Apis”.
Gran parte del materiale raccolto costituisce anche una base per la relazione storica con cui corredare la richiesta di marchio di Indicazione Geografica Protetta (IGP) per i mieli delle Prealpi Occidentali. In questo senso, la scelta è andata in direzione di una storia recente, che parta dagli inizi del secolo. La difficoltà a fare una consistente e significativa storia dell’apicoltura in Piemonte nell’antichità e nel Medio Evo è testimoniata dai Prof. Luciano Manino e Franco Marletto nei loro contributi al volume “Per un museo dell’agricoltura in Piemonte. Passato e presente dell’Apicoltura Subalpina”, 1982. Il riferimento indiretto ai transpadani Virgilio e Plinio il Vecchio rischia di diventare luogo comune senza sostanza specifica. Notizie più consistenti sull’apicoltura in Piemonte si hanno a partire dalla fine del XVIII secolo, ma, fino agli inizi del XX secolo, si tratta soprattutto di un’apicoltura dotta o delle classi ricche, a fianco della quale continua una anonima tradizione contadina di apicoltura rustica. La vera e propria apicoltura nel senso contemporaneo nasce nel primo e secondo decennio del Novecento, e si tratta di uno sforzo di elevazione economica, commisto a passione, nato in seno alle classi povere. Alla figura di don Angeleri, che fece da ponte tra le diverse apicolture, è stato dedicato un consistente spazio, che sicuramente andrà indagato con ancora maggiore profondità in futuro.
Ricordando come si è svolta la ricerca dei materiali, non possiamo non mettere in evidenza un aspetto e un effetto pratico non immediatamente quantificabile né materializzabile di questo lavoro, ma pure di importanza pari alla produzione scritta: la creazione di relazioni e la circolazione di informazione.
Da tempo l’UNAAPI, e Aspromiele in particolare, si sono posti come missione la circolazione e il confronto di informazioni in apicoltura, finalizzati non soltanto al contenuto delle informazioni, ma alla creazione di rapporti e collegamenti di tipo associativo.
Uno dei fatti più spesso ricordati dalle persone intervistate, da esse stesse identificato come caratteristica tipicamente “contadina” e “piemontese”, è stato proprio la reticenza a scambiare o a insegnare le proprie conoscenze. Un episodio emblematico è quello di due tra i fondatori della moderna apicoltura piemontese che spiavano un terzo, con l’aiuto di un binocolo, per riuscire a carpirne i ben protetti “segreti”. Per contro, una figura come il Cav. Ferraro di Casale Monferrato, spicca proprio per la sua disponibilità a “fare scuola”.
Ora, tra le aziende intervistate ce ne sono proprio alcune tra quelle che venivano finora considerate come più riservate conservatrici di “segreti apistici”, e che hanno invece accettato, in questo contesto, di parlare apertamente del loro stile di gestione aziendale, oltre che della loro storia.
La presenza di un tecnico proveniente da un’altra regione, figura più neutrale e meno coinvolta nelle dinamiche interne alla regione, ha sicuramente contribuito. Ma il grosso del merito va alle aziende stesse, che hanno recepito l’esigenza di scambio che l’UNAAPI e Aspromiele da anni propugnano e che avevano solo bisogno della giusta occasione per portare la loro testimonianza.
Questa ricerca presenta un elemento di urgenza: quei figli di figure storiche e fondanti dell’apicoltura piemontese che non hanno continuato l’attività dei padri, sono difficilmente in grado di ricordare e riferire una serie di informazioni tecniche: ma questo vale in parte anche per coloro che hanno seguito sì le orme paterne, ma per poi dedicarsi ad altro. Alcuni di loro sono ormai in età avanzata ed hanno dei problemi di memoria, rendendo difficile una significativa raccolta di dati. Il rischio è che certe esperienze di grande importanza vengano semplicemente dimenticate.
Anche il reperimento di materiale iconografico, documenti, raccolte di pubblicazioni, vecchi strumenti diventa ogni anno più difficile. Più passa il tempo, più la loro conservazione tende ad apparire poco rilevante agli occhi dei loro possessori. In alcuni casi tali materiali sono andati dispersi o distrutti. Abbiamo perciò cercato non solo di corredare gli scritti del maggior possibile materiale illustrativo, ma anche di investire chi ce l’ha fornito del senso di responsabilità nel conservarlo e del senso di importanza che sta cominciando ad acquisire. Solo da pochi anni ci si è infatti cominciati ad occupare in modo più che episodico di storia dell’apicoltura.
Consideriamo questo momento di responsabilizzazione uno dei risultati “immateriali” più importanti di questa ricerca.

Veniamo ora a esaminare come la ricerca si è svolta.
Una parte di essa ha comportato un contatto preliminare con l’Istituto di Apicoltura del Dipartimento per la Valorizzazione e Protezione delle Risorse Agroforestali dell’Università di Torino, che ha permesso l’accesso al ricchissimo archivio dell’Istituto stesso. Numerose giornate sono state dedicate sia alla ricerca e alla riproduzione di materiali, sia a colloqui coi Prof. Aulo Manino, Augusto Patetta e Marco Porporato, oltre che con la dottoressa Paola Ferrero, ricercatrice all’Istituto che sta a sua volta occupandosi di storia dell’apicoltura con particolare riguardo alla Val Chisone.
Una lunga visita è stata dedicata alla sede di Reaglie, che è stata abitazione e centro di studio di don Giacomo Angeleri. Un’altra lunga visita al Prof. Marco Accorti, ex ricercatore all’Università di Firenze e storico e storiografo dell’apicoltura, la cui competenza anche in tema di storia piemontese ci era stata segnalata dal Prof. Manino, ha permesso di trovare la giusta dimensione in cui collocare questa ricerca, scartando ogni ambizione storica di tipo accademico ed optando per un carattere più divulgativo, tra l’altro più appropriato ai limiti di budget e di tempi.
Anche nel caso dell’Istituto di Apicoltura dell’Università di Torino, il risultato va oltre quello materiale, essendosi creata, col pretesto di questa ricerca, una ripresa di rapporti, che, se alimentata, potrebbe consentire all’associazionismo apistico di avvalersi di quel grande serbatoio di memoria e conoscenza che è l’Istituto, e, da parte dell’Istituto, di poter sostanziare tale memoria e conoscenza al servizio di un intero settore produttivo.
Le interviste con apicoltori, aziende e eredi hanno richiesto diverse settimane.
In particolare sono stati intervistati, in alcuni casi più volte, i signori Ezio Poletti, Nino Scacchi, Giancarlo Moroso, Luigi Soldavini, Claudio Cauda (che è una sorgente di grande ispirazione e a cui dobbiamo un ringraziamento particolare per la generosità e l’entusiasmo profusi), Nicola Cauda, Giuseppe Brezzo, Michele Pitarresi, Edoardo Ferraro, Giovanni Bordone, Antonio Gaudenzio Piana, Pinuccia Ferraro, Giulio Mortara. Alcuni di loro ci hanno fornito interessantissimo materiale iconografico, e sono stati invogliati a rivalorizzarlo e riorganizzarlo togliendolo dai vecchi cassetti in cui era in genere custodito alla rinfusa, altri ce ne hanno testimoniato con dispiacere la perdita. Ma grazie a questa inchiesta sappiamo ora su quanto materiale possiamo contare per eventuali approfondimenti. In particolare, la ricchissima biblioteca del Cav. Paolo Ferraro, allo stato attuale inaccessibile per problemi logistici, potrebbe essere in futuro riaperta agli occhi di un interessato ricercatore, nel momento in cui i suoi familiari hanno potuto apprezzare l’attenzione restituita a questa importante figura dell’apicoltura e dell’agricoltura piemontese.
Nonostante abbiamo rinunciato in corso d’opera a una pretesa storiografica per un approccio più “giornalistico” o divulgativo, vorremmo accennare, in funzione di possibili sviluppi futuri, alla dignità che hanno ormai assunto nella ricerca storica contemporanea le testimonianze orali, come ci ha confermato (ancora una volta, oralmente) Cesare Bermani, in una conferenza tenuta a Bolzano il 18. 5. 2006. Cesare Bermani, novarese, è stato tra gli iniziatori (insieme a Roberto Leydi e Gianni Bosio a partire dagli anni 60) di una ricerca basata sulla raccolta di testimonianze orali e inizialmente collegata allo sforzo di documentazione sul movimento operaio e sindacale. Una tradizione che ebbe i suoi antesignani nel sindacalista Rinaldo Rigola e in Angelo Tasca, anch’egli piemontese, che svolse una ricerca nel biellese, andata perduta ma le cui tracce sono percepibili nella sua opera sulle origini del Fascismo. Una tradizione che trova una delle sue manifestazioni più eminenti nell’opera “I vinti” di Nuto Revelli, che ha come quadro le valli del cuneese.
Molto utili sono state le conversazioni con Francesco Panella (Novi Ligure), Roberto Barbero (Spigno Monferrato) e Carlo Olivero (Cuneo), gli ultimi due tecnici di Aspromiele, oltre che col Presidente di Aspromiele, Massimo Carpinteri. Dobbiamo a un altro tecnico di Aspromiele, Massimiliano Gotti, il senso di urgenza di questo lavoro storico per quel che riguarda le interviste: intervistando l’erede dell’apicoltore che aveva ideato lo storico marchio “Miele Monte Rosa”, si era per primo reso conto della fragilità del ricordo e del rischio della dispersione di un patrimonio di memoria.
Infine Fausto Ridolfi, di Bologna, apicoltore e paziente raccoglitore di documenti e memorie, ha prodigato preziosi consigli e condiviso intuizioni.
Auspichiamo che questo lavoro possa in futuro essere continuato, sia come approfondimento dei materiali già raccolti, sia come urgente raccolta di materiali a rischio di scomparsa.

 

Paolo Faccioli, maggio 2006

 
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